
Tralicci d'Italia
I rivoluzionari di tutto il mondo ripercorrono anche loro la frase di Lenin, lasciando cadere però l'elettrificazione: sì ai soviet, no ai tralicci. Anzi, per rafforzare il potere decisionale nelle mani di chi produce, si buttino giù i tralicci. Il traliccio è l'impersonificazione della produzione capitalistica: il traliccio è espropriatore, e senza tutta quell'energia non ci sarebbero quelle merci e quei processi produttivi. L'anticapitalismo ha un'icona semplice: un traliccio abbattuto.
di Lanfranco Caminiti
Il 9 agosto 1996 Umberto Bossi, in una dichiarazione rilasciata da Ponte di Legno, dove sta trascorrendo una breve vacanza con la famiglia, attacca duramente la Rai, arrivando a minacciare l'abbattimento dei ripetitori televisivi. È il tempo in cui il capo della Lega Nord sta enfatizzando il secessionismo, dello scontro con il giudice Papalia, della perquisizione della sede nazionale di via Bellerio a Milano, della cacciata della Pivetti, della nascita de «la Padania». Nella semplificazione secessionista contro i tralicci di Stato, Bossi - anche se le sue parole non danno seguito a fatti - sta ripercorrendo la strada del Befreiungsausschuss Südtirol (Bas), il Comitato per la liberazione del Sudtirolo. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta il Bas compie più di trecento attentati contro caserme e altri simboli dello Stato italiano, ma soprattutto contro i tralicci dell'energia elettrica. Nella sola "notte dei fuochi" tra l'11 e il 12 giugno 1961 il Bas compie 46 attentati tirando giù una decina di tralicci. È curioso che sarà poi il magma dell'antagonismo sociale veneto e meridionale a riprendere l'espressione "notte dei fuochi" compiendo, più volte, nella stessa notte numerosi attentati sul finire degli anni Settanta: una ritualità da comunità pagana, come l'addio all'anno vecchio o il bruciare le stoppie dopo la mietitura per ridare vigore alla madre terra.
I tralicci, insomma, sono il simbolo politico dell'unità nazionale. La sua storia. Come e più della rete ferroviaria - che sarà invece sempre l'obiettivo privilegiato di destra eversiva, golpisti e mafiosi: la strage -, anche perché senza elettricità i treni non camminano. Colpirli non è tanto procurare un danno, evocarli ha un immediato significato politico: il traliccio è portatore di un "interesse generale" sovrastante le comunità locali, è l'unità nazionale, è statale per antonomasia.
L'Italia della fine degli anni Cinquanta però non era così nazionale. Quando Fanfani - nel novembre del 1962 - dà il via alla nazionalizzazione dell'energia elettrica, la fornitura nel territorio era frammentata in ben 1.270 imprese esercenti attività elettriche. Una selva di tariffe, di dazi, di centrali, di sistemi che sembra rispecchiare una dimensione comunale e medievale, e comunque preunitaria, del paese. L'Italia è zoppa, provinciale, agricola: non ci sarà industrializzazione se non ci sarà nazionalizzazione dell'energia elettrica. Senza elettrificazione è impensabile qualsiasi processo di modernizzazione. La Democrazia cristiana sta aprendo a sinistra, varando i primi governi con i socialdemocratici, i liberali e i repubblicani e godendo dell'appoggio esterno dei socialisti: il centro-sinistra è l'elettrificazione dell'Italia.
«Dare all'economia del paese, agricoltura compresa, una nuova base tecnica, la base tecnica della grande produzione moderna. Solo l'elettricità fornisce tale base. Solo quando il paese sarà elettrificato, quando avremo dato all'industria, all'agricoltura e ai trasporti la base tecnica della grande industria moderna, solo allora vinceremo definitivamente».
Queste, però, non sono parole di Fanfani, né di Eugenio Scalfari, che con gli Amici del «Mondo» di Mario Pannunzio aveva celebrato nel 1960 un convegno per l'elettrificazione. Sono, invece, le parole di Stalin nel Rapporto sull'attività del Consiglio dei Commissari del popolo all'VIII Congresso dei Soviet, 1936.
I sovietici seguivano la linea di Lenin - anche se non è mai stato certo dove e quando abbia detto quella frase -, cioè: «Il socialismo è elettrificazione più i soviet», storpiandola. Il mondo seguì le parole di Lenin - cos'altro fu la Tennesse Valley, il cuore e il simbolo del New Deal di Roosevelt? -, scordandosi però dei soviet. Elettrificazione senza soviet, ecco il progresso: è proprio quello che continua a accadere in Cina, in Brasile, in India. Sull'elettrificazione si può essere tutti d'accordo - dallo sviluppo impetuoso del capitalismo ai primi processi di industrializzazione del Terzo mondo per uscire dall'arretratezza - ma sui soviet, cioè sul potere operaio, proprio no. L'elettrificazione è un processo che prevede e rafforza il centralismo dello Stato: è quello che aveva capito Stalin. È il motivo per il quale i socialisti di tutto il mondo hanno sempre appoggiato l'elettrificazione selvaggia.
I rivoluzionari di tutto il mondo ripercorrono anche loro la frase di Lenin, lasciando cadere però l'elettrificazione: sì ai soviet, no ai tralicci. Anzi, per rafforzare il potere decisionale nelle mani di chi produce, si buttino giù i tralicci. Il traliccio è l'impersonificazione della produzione capitalistica: il traliccio è espropriatore, e senza tutta quell'energia non ci sarebbero quelle merci e quei processi produttivi. L'anticapitalismo ha un'icona semplice: un traliccio abbattuto.
Forse è per questo che l'anno scorso all'Accademia di Francia a Roma, nell'ambito di una mostra sul punk, con esposizione di foto e cimeli, i visitatori incontravano nel loro percorso un traliccio messo sotto teca. L'opera, di un artista inglese, spiegata da una lunga didascalia tratta dal libro Tracce di rossetto, una sorta di bibbia del movimento punk, era titolata Gap, che era l'organizzazione clandestina messa in piedi da Giangiacomo Feltrinelli, ma che in inglese significa anche "divario, divergenza, breccia".
Accostare Feltrinelli a un movimento artistico può far inorridire, però magari no. Come altro se non un gesto di avanguardia artistica si potrebbe definire quell'irrompere, attraverso delle radio speciali che si era procurato, nei canali audio delle trasmissioni televisive nazionali con un messaggio? «Attenzione! Sono i GAP che vi parlano! È nata una nuova resistenza di massa, è nata la ribellione operaia al padrone e allo Stato dei padroni». È il 1970, e benché il messaggio arrivi solo in alcune parti d'Italia, l'effetto di straniamento tra immagini e audio è straordinario. Il traliccio dei ripetitori di televisione qui non è abbattuto, semmai convertito a veicolare un messaggio completamente opposto. Geniale. Da avanguardia artistica. E così diverso da quella maledetta bomba a Segrate.
Geniale perché rivela una fragilità del traliccio che pure con la sua ferraglia si erge assoluto e dispotico in territori difficili e aspri. Il traliccio è indifendibile, a meno di una presenza militare inimmaginabile per numero e dispendio di forze. La "modernità" è indifendibile, se non militarmente.
Per tutti gli anni Ottanta e Novanta i tralicci vengono di nuovo attaccati. Nel 1987, sulla rivista «Anarchismo» di Alfredo Bonanno si spiega nei dettagli come si possa tirare giù un traliccio. Solo nel 1988 si registrano 32 attentati a strutture dell'Enel. Se l'obiettivo rimane lo stesso - per così dire, a portata di mano -, sono gli scenari che stanno cambiando: ora la questione è il nucleare. Oppure, negli anni Novanta, dalla Val Chiavenna alla Toscana - altri attentati, altri tralicci che cadono giù -, ora la questione è l'ambiente; quei tralicci che deturpano il paesaggio e fanno male ora sostengono le televisioni private oppure la telefonia mobile: è la nuova modernità. Benché l'hardware rimanga lo stesso, il traliccio, si sta passando dalla produzione industriale all'immateriale, ai servizi. Alle grandi infrastrutture.
Quando Luca Abbà si arrampica sul traliccio per il Tav, su una proprietà, peraltro, anche sua, il gesto è chiaramente simbolico, di resistenza. Dentro quell'arrampicata ci sta tutta la storia d'Italia, dell'Italia contemporanea, dell'Italia della "modernità".
Niente bombe qui, niente attentati, solo un gesto pacifico, che vuole rimettere in discussione la modernità. Lo Stato, però, continua a avere una sola risposta: i tralicci sono militarizzati. La modernità è militarizzata.
Gli anni Settanta sono definitivamente tramontati; i tralicci, con la loro idea di produzione, e lo Stato, ancora no.